L'amore secondo Dante
Se l’amore “move il sole e l’altre stelle” come possiamo pretendere o anche solo concepire di esserne immuni?
Autore: Flaminia Ferrone
Se l’amore “move il sole e l’altre stelle” come possiamo pretendere o anche solo concepire di esserne immuni?
Nella Divina Commedia, Dante diverse volte tratta il tema dell’amore, parlando sia della sua evoluzione che delle varie forme in cui si manifesta. Riflettendo sul sentimento amoroso nel poema dantesco, si è soliti pensare in primo luogo a Paolo e Francesca e alla loro tormentata e passionale relazione, ma in realtà a denotare maggiormente la peculiare e avanguardistica visione di Dante dell’amore è il rapporto tra Dante stesso e Beatrice.
Questo amore, che si sviluppa sia nell’Inferno che nel Purgatorio e nel Paradiso, può essere facilmente associato al ciclo vitale di una qualsiasi relazione e ci permette di capire come comportarci durante le varie fasi di quest’ultima.
Nell’inferno, Dante ci descrive la situazione che precede la nascita della relazione, in cui non esiste ancora un vero sentimento amoroso, ma esclusivamente un puro e magnetico desiderio. Nel secondo canto, infatti, il poeta ci descrive esattamente come, dopo essere venuto a conoscenza grazie a Virgilio dell’interesse di Beatrice e del suo intervento nei propri confronti, si rianimi e decida di proseguire il viaggio verso la salvezza eterna. La metafora utilizzata è proprio quella di un fiore piegato e con i petali chiusi, che dopo essere stato illuminato dal sole si raddrizza e finalmente sboccia.
Dunque, per Dante il desiderio amoroso è ciò che ci anima e ci infonde il coraggio necessario ad affrontare le sfide, facendoci “fiorire”.
Attualizzando e contestualizzando un principio eterno ed etereo come questo, possiamo affermare in linea di massima che quando desideriamo una persona, ne siamo infatuati, anche se involontariamente, i nostri pensieri, stati d’animo, ma soprattutto azioni sono finalizzate esclusivamente al compiacimento e all’ottenimento di attenzione da parte dell’oggetto del desiderio.
Ciò, però, non è sempre positivo: quando il semplice pensiero della persona di cui siamo infatuati ci porta non solo emozione, ma anche ansia e angoscia, ed influenza i nostri comportamenti precludendoci importanti occasioni di crescita personale, capiamo che il desiderio è degenerato in ossessione. Fortunatamente, anche Dante riconosce una correlazione tra preoccupazione e passione, e lo dimostra attraverso la figura di Beatrice che, in pensiero per il poeta e per la salvezza dell’anima dello stesso, cerca a tutti i costi di riportarlo sulla retta via, recandosi, così, a contattare Virgilio.
Eppure, ancora una volta, da un sentimento apparentemente negativo ne scaturisce uno positivo, cioè il tentativo di aiutare l’oggetto del desiderio a migliorarsi così come esso ha portato al miglioramento dell’amante. Quindi l’amore ci colpisce e si riflette attraverso di noi come se fossimo degli specchi, mobilitandoci per seguirlo: se l’amore “move il sole e l’altre stelle” come possiamo pretendere o anche solo concepire di esserne immuni?
Questa concezione cambia drasticamente nel Purgatorio, più specificatamente nel canto XXX, dove finalmente farà la sua apparizione Beatrice. La situazione descritta è riconducibile alla fase intermedia, viva, di una relazione, durante la quale il desiderio si è trasformato in amore e successivamente in coesistenza e abitudine. In questa circostanza, infatti, il sentimento amoroso appare come una visione, una grazia, ma serve, in realtà, a prendere consapevolezza di sé. Non a caso, nel canto Beatrice si presenta come molto severa nei confronti di Dante, rimproverandolo, per fargli comprendere i suoi errori prima di consentirgli di purificarsi.
Il perdono, la crescita ed il miglioramento, dunque, non possono avvenire in assenza di pentimento e consapevolezza dei propri errori. L’amore diventa, così, lo strumento attraverso cui è possibile la redenzione, una sorta di coscienza, di cartina al tornasole, e si serve dell’autoritarietà e del rigido rigore per fare del bene. È questo il motivo per cui Beatrice viene paragonata ad un ammiraglio, severo ma capace di incoraggiare i suoi sottoposti, e ad una madre, che rimprovera per il bene dei figli.
Ancora una volta, però, Dante ci mostra solo una faccia della medaglia, gli effetti di un amore idealizzato e stilizzato, che raramente trova effettivi riscontri nella nostra società. La severità che arriva a far chinare il capo al poeta, preso dalla vergogna, infatti, è un elemento che tutt’oggi caratterizza molte relazioni, con la differenza che nella Divina Commedia è volta a spronare la persona amata, permettendole di raggiungere la sublimazione dell’essere, mentre nella nostra società è finalizzata a biasimare, sminuire il presunto oggetto del desiderio.
Ma quindi, le relazioni attuali devono essere classificate come prive di reale sentimento amoroso poiché l’esplicitazione dello stesso non arriva a rispecchiare il modello dantesco? Si tratterebbe senza dubbio di un’affermazione azzardata e fin troppo generalizzante, anche se non bisogna escluderla completamente. Semplicemente, è necessario verificare oggettivamente, quindi senza permettere ai sentimenti di influire, le dinamiche dei singoli casi, per capire se la relazione è basata su un desiderio di affermazione della propria autorità sull’altro o se si è trattato solamente di un errore causato dalla stanchezza o da un’eccessiva pressione che i numerosi input derivanti dal mondo esterno esercitano sulla bolla della coppia.
Infine, nel Paradiso, Dante affronta una nuova sfaccettatura dell’amore, che si esplicita soprattutto nei versi da 85 a 93 del XXXI canto, ed è riconducibile alla fine di una relazione, all’allontanamento dei due amanti. Per il poeta, l’amore libera e fa di tutto affinché l’altro possa godere della libertà acquisita, porta gli amanti a ringraziare per il sollievo che la relazione ha portato, anche se temporaneamente, senza disperarsi per il termine della stessa. Bisogna, infatti, custodire nel ricordo ciò che di bello ha portato il sentimento amoroso anche quando finisce o si dissolve e disperde, guardandosi indietro e sorridendo proprio come Beatrice che si allontana da Dante.
Il poeta ci insegna con 9 semplici versi, come lasciar andare la persona amata per continuare a vivere, senza affossare coloro che ci hanno lasciato, ancorandoli a noi contro la loro volontà. Sarebbe una lezione da ribadire quanto più spesso possibile al giorno d’oggi, quando non è più una novità sentire di donne brutalmente uccise da uomini o ragazzi incapaci di superare la fine di una relazione.
Bisognerebbe insegnare come tutto sia destinato a concludersi, a partire da un bel libro fino alla vita stessa, e come un uomo, che tutto possiamo definire fuorché comune, secoli fa avesse già compreso ed esplicato la transitorietà di ciò che è destinato ad influenzare la nostra esistenza, fornendoci una vera e propria guida, caratterizzata da un modello talmente idilliaco da essere tanto irraggiungibile quanto necessario.