Il Relativismo
Le condizioni che renderebbero possibile una verità assoluta sono un’accettazione acritica delle convenzioni imposte da altri individui ed una completa perdita di capacità inventiva individuale.
Autore: Flaminia Ferrone
Le condizioni che renderebbero possibile una verità assoluta sono un’accettazione acritica delle convenzioni imposte da altri individui ed una completa perdita di capacità inventiva individuale.
Uno dei maggiori dilemmi esistenziali riguarda senza alcun dubbio la ricerca della verità in una realtà volubile e mai appieno comprensibile. Nello specifico, le due maggiori opinioni in completa e reciproca contrapposizione riguardano il Relativismo e l’esistenza di una verità assoluta.
Questo contrasto non si limita a prendere in considerazione un singolo aspetto dell’esistenza, ma riguarda l’intera realtà, dall’ambito scientifico a quello etico e comportamentale. A dirla tutta, però, la realtà è poliedrica: è possibile che ognuno osservi un minuscolo frammento di verità, ma non si può avere la certezza che mettendo insieme tutti i tasselli di questo infinito ed astratto puzzle otterremo un’immagine invariabile ed immutabile.
Il dilemma del relativismo nasce per la prima volta con i Sofisti, filosofi concentrati su una ricerca riguardante l’ambito sociale umano, che giunsero alla conclusione che “l’uomo è misura di tutte le cose” ed esistono tante verità quante sono gli uomini. In questo contesto, l’arte della retorica assume una rilevanza non indifferente in quanto ad affermarsi come verità predominante sarebbe quella dell’individuo che con maggiore efficienza riesce a convincere le altre persone della propria idea per mezzo della persuasione. Queste idee erano molto avanguardistiche per il tempo, tanto che da filosofi contemporanei, quali Socrate e Platone, i Sofisti verranno denigrati e definiti persino “prostituti del sapere”.
In ogni caso, il relativismo etico da questi inaugurato verrà ripreso in un secondo momento da un autore latino: Terenzio. Questi arriverà ad affermare che non esistono modi di agire universalmente validi e che la moralità di un’azione deve essere valutata in rapporto all’individuo che la compie ed alle circostanze oggettive e soggettive che la determinano. In poche parole il commediografo intende spiegare che la realtà è troppo complessa e sfuggente per essere racchiusa in schemi rigidi ed immutabili.
Riflettendo su queste affermazioni, però, sorge un dubbio: dobbiamo valutare le azioni in base agli effetti che producono o in base alle cause che li motivano, oppure è necessario stabilire dei criteri universalmente validi? Secondo Socrate, precedentemente citato in quanto antisofista, bisogna trovare un metodo per fornire delle definizioni univoche delle parole di utilizzo comune, creare un vocabolario che da un livello cartaceo bidimensionale si espanda anche nella terza dimensione, in un livello pratico della realtà.
Eppure, resta il problema di chi debba stabilire questi valori fondanti e costituenti non per una cerchia ristretta di persone, ma per il mondo intero. Lo scopo del dialogo socratico era proprio quello di trovare una soluzione comune, ma credo sia chiaro a tutti che sia altamente improbabile se non impossibile conciliare il giudizio di tutte le persone esistenti, nonché di quelle che esisteranno.
Ciò che intendo dire è che pur componendo infiniti punti di vista differenti tra loro, come suggerisce anche Italo Calvino nel suo libro Il Barone Rampante, in cui il protagonista cambiando prospettiva e iniziando a vivere sugli alberi non si distanzia dalla realtà sociale ma ipotizza una società ideale, si potrebbe ottenere una verità completa ma non assoluta. Infatti, le condizioni che renderebbero possibile una verità assoluta sono un’accettazione acritica delle convenzioni imposte da altri individui ed una completa perdita di capacità inventiva individuale.
Gli uomini interpretano in modo diverso gli stessi fenomeni perché ragionano in modo differente. Trarre le stesse conclusioni da uno stesso evento implica l’utilizzo dello stesso ragionamento e di conseguenza una significativa e progressiva perdita di creatività e senso critico.
Quindi, una verità assoluta è inevitabilmente e direttamente collegata ad una completa spersonalizzazione, mentre l’idea che si trova alla base del relativismo è in relazione con la concezione individualista che ogni essere umano ragioni e compia percorsi mentali differenti.
Prima di confermare questa tesi, però, bisogna analizzare un altro aspetto di rilievo. Infatti, stiamo ora ragionando per astratto, senza tenere conto delle indoli e degli istinti umani. In questo, i Sofisti ci avevano visto lungo: gli uomini tendono a convincere le altre persone della validità della propria presunta verità e, nel farlo, ricorrono senza alcuno scrupolo alla violenza e ai soprusi.
Il maggiore esempio di imposizione, anche se spesso non violenta, di una verità risiede nella concezione dogmatica delle religioni. Infatti, esistono innumerevoli culti, ciascuno dei quali possiede specifiche affermazioni non dimostrabili ma non contestabili: i dogmi. Si può decidere se aderire o meno alla religione, ma dopo essere entrati in una comunità religiosa si è costretti ad accettarne i dogmi.
Estendendo una visione dogmatica dell’esistenza dal campo religioso a quello politico, non si possono che avere delle conseguenze catastrofiche. Basti pensare ai regimi totalitari nel ‘900 o alle monarchie assolute del XVI e XVIII secolo.
E se ciò non dovesse essere sufficiente, ci ha pensato George Orwell con il suo romanzo 1984 ad illustrarci come la piena realizzazione della predisposizione umana ad imporre una verità assoluta sfoci nell’imposizione di una massificazione perenne. Il vero problema è che ci troviamo in un’epoca in cui questi scenari distopici non sono così remoti o utopici.
Il motivo? Semplice. Sempre più persone rifuggono dal pensiero, per un motivo o per un altro. Il ragionamento e la riflessione sono ormai argomenti taboo e gli individui sono sempre più propensi a gettarsi nelle braccia di coloro che assicurano di sollevarli dal gravoso compito della scelta e di tutte le responsabilità che ne conseguono. Questo fenomeno non è nient’altro che la degenerazione (ad opera delle moderne intelligenze artificiali) del tentativo umano di trovare scorciatoie e stratagemmi che in passato è stato motore di evoluzione.
Quindi, abbiamo confermato l’ipotesi secondo cui le verità assolute portano ad un’involuzione omologata del genere umano; ora concentriamoci sulle possibili criticità del relativismo. Un aspetto potenzialmente spinoso risiede nella definizione stessa di questa parola. Infatti, il significato di relativismo, oltre al fatto che non esista nulla di assolutamente giusto, sottende che ogni cosa sia vera o buona perché in relazione con una persona concreta, un gruppo o un’entità per cui quella stessa cosa è vera o buona.
Nella tesi precedentemente ipotizzata, però, abbiamo affermato che al relativismo si associa l’individualismo.
Come possiamo risolvere questa evidente discordanza? E’ sbagliata la supposizione di partenza? Fortunatamente, arriva in nostro aiuto Nietzsche.
Il concetto di cui abbiamo parlato e a cui abbiamo associato il termine relativismo deve in realtà essere identificato con un altro sostantivo: prospettivismo. Infatti, la definizione di “relativismo” ci conduce inevitabilmente ad un circolo vizioso nel quale ritorniamo al problema di chi debba essere a stabilire i valori che fungeranno da filtro al mondo. Con il prospettivismo, invece, sostituiamo il punto di riferimento con il punto di vista, arrivando a sostenere che la nostra percezione del mondo sia legata alla prospettiva entro cui vediamo le cose.
Sono queste le conclusioni tratte da una rielaborazione di opinioni che si sono succedute per millenni per mezzo di una riflessione condivisa su carta. Il mio unico consiglio è di non prendere per buono ciò che è stato scritto in questo testo, non elevarlo a dogma, ma di utilizzarlo come punto di partenza per una riflessione individuale e completamente rivoluzionaria.