Giovani: intraprendenti o indolenti?
La gioventù moderna sembra scissa in due correnti opposte: una votata alla propria valorizzazione e l’altra all’autodistruzione.
Autore: Flaminia Ferrone
La gioventù moderna sembra scissa in due correnti opposte: una votata alla propria valorizzazione e l’altra all’autodistruzione.
Al mondo esistono due tipi di persone: quelle attive e quelle passive.
Le persone attive, o creative, sono quelle che prendono in mano la propria vita, si pongono un obiettivo e cercano di raggiungerlo a qualunque costo. Si tratta degli stessi individui che, abituati al ragionamento e al pensiero, hanno consentito e continuano a garantire il progresso e l’emancipazione del genere umano per mezzo delle proprie idee.
Le persone passive, invece, sono quelle che credono di non avere alcun talento e pertanto ritengono inutile cercare di compensare le proprie lacune con l’impegno, che lasciano che la vita scorra attorno a sé, limitandosi a fare quello che dalle convenzioni sociali viene reputato il proprio dovere perché tanto “tutto andrà come deve andare” e “chi sono loro per opporsi a forze di causa maggiore”. Questo tipo di uomini è quello che gode maggiormente dei frutti delle innovazioni delle persone più attive, pur mantenendo la convinzione che quelle novità non siano il prodotto di uno sforzo della mente umana, quanto di un’illuminazione sporadica riservata a pochi eletti e pertanto inutile da ricercare.
Questa distinzione, che potremmo definire risalente alla notte dei tempi, assume un ruolo di primo piano nel pensiero di Machiavelli, secondo il quale l’indole umana può presentarsi come riflessiva o impetuosa e questo carattere emerge quando arriva il momento di affrontare le imprevedibili avversità della vita. Oltre al temperamento, che può essere controllato ma non sradicato dalla natura umana, però, ad influire sulla “dominazione” della Fortuna, cioè del caso, secondo il politico, è l’età.
I giovani, infatti, sono per antonomasia più energici e desiderosi di prendere in mano la propria vita, che non li ha ancora disillusi per mezzo dell’esperienza. Eppure, quest’ultima affermazione, frutto dell’osservazione della realtà, sebbene fosse completamente veritiera quando è stata formulata, è al giorno d’oggi attendibile solo in parte. La gioventù moderna sembra scissa in due correnti opposte: una votata alla propria valorizzazione e l’altra all’autodistruzione.
Nel primo caso si ha l’incarnazione dell’attivismo machiavelliano, quindi il desiderio di emergere secondo i propri meriti e di fare la differenza nel mondo, raggiungendo l’eccellenza. I giovani che ambiscono a costruire il proprio retaggio sono quelli che si impegnano in ogni cosa che fanno, stabilendo una personale gerarchia di valori a seconda del proprio piano per il futuro, che si presenta come una visione talmente lucida da sembrare tangibile. Essi, però, sono spesso indotti lavorare in silenzio perché anche se la Fortuna è dalla loro parte, il mondo “dei grandi” non sempre lo è, troppo impegnato a difendere le proprie convinzioni per dar peso a delle voci “giovani ed inesperte”.
Nel secondo caso, invece, a prendere il sopravvento è l’insofferenza nei confronti della realtà, percepita come immutabile e rispetto alla quale non si può far altro che tentare di sopravvivere. Il problema è che questa “sopravvivenza”, giustificata con affermazioni del tipo “non dipende da me!” e “chi sono io per fare qualcosa?”, consiste nella ricerca dell’oblio, nell’arrendersi ad una scala di valori basata esclusivamente sull’apparenza e soprattutto nell’avere dei desideri per raggiungere i quali non si fa nulla e per il mancato raggiungimento dei quali ci si lamenta. Dunque è vero, la Fortuna ama i giovani, ma non per un merito speciale quanto per la spensierata intraprendenza che dovrebbe accompagnare la loro età.
Ad essere allarmanti sono i numeri dei giovani che arrivano a scegliere la passività rispetto all’attivismo, che abdicano volontariamente a qualsiasi facoltà intellettiva perché impossibilitati nella ricerca del proprio posto in un mondo troppo veloce e competitivo o protetti dalle proprie figure genitoriali al punto tale da non ritenere necessario l’uso del raziocinio in una realtà all’interno della quale ci sarà sempre qualcuno pronto a soddisfare i propri bisogni o a decidere per sé.
Per permettere ai ragazzi di oggi di vivere e non solo sopravvivere, basterebbe dar loro un po’ di fiducia in più. Ciò non significa abbandonarli completamente a se stessi, lasciando che sbaglino e imparino con autonomia totalizzante dai propri errori, bensì accompagnarli nel loro percorso di crescita ascoltandoli e garantendo loro una libertà di espressione priva di giudizi distruttivi.
E’, quindi, un’indipendenza che non rischia di sfociare in solitudine quella che si dovrebbe assicurare alle generazioni del futuro per far comprendere che ogni sforzo viene sempre ricompensato e che mettersi alla prova e fallire è meglio di non provare affatto. La perfezione, infatti, coincide con la completezza, con la piena realizzazione delle proprie capacità e la soddisfazione che ne deriva, e non con il raggiungimento di standard regolati sul modello di individui con differenti potenzialità.